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La classe II della scuola secondaria di I grado di Castel Baronia (AV)-IC “B.Croce” Flumeri intervista l’imprenditrice agricola Pina Lungarella, titolare dell’azienda “IrPina” di Castel Baronia.



Città dell'Olio: Castel Baronia (AV)

Istituto: Istituto Comprensivo "B.Croce" di Flumeri

Classi / Sezioni: Seconda scuola secondaria I grado di Castel Baronia

Referente / Insegnante: Prof.ssa Iacoviello Maria Rosa

La mia Intervista

Titolo dell'Intervista:

La classe II della scuola secondaria di I grado di Castel Baronia (AV)-IC “B.Croce” Flumeri intervista l’imprenditrice agricola Pina Lungarella, titolare dell’azienda “IrPina” di Castel Baronia.

Testo dell'intervista

1)Ciao Pina. Grazie di aver accettato il nostro invito per questa intervista.
Sappiamo che sei un’imprenditrice agricola e che ti dedichi anche alla coltivazione di olive. Quest’anno ci stiamo occupando di olivicoltura e sostenibilità ambientale. Le tue risposte ci aiuteranno a capire concretamente cosa significa coltivare in maniera sostenibile.
Quanto terreno hai dedicato alla coltivazione delle olive?
La mia azienda è molto piccola, come quasi tutte le aziende del nostro territorio. Ha un’estensione di circa 10 ettari comprensiva di boschi. Diciamo che dedichiamo alla coltivazione delle olive circa 3 ettari di terreno. Questi alberi non sono tutti concentrati ma sparsi nella tenuta. E’ difficile dare una stima esatta perché i nostri nonni e i nostri genitori hanno piantato gli alberi di olivo dove trovavano spazio, dove erano più comodi perché producevano ombra oppure perché dedicati esclusivamente alla produzione di olive da tavola.
2)Coltivi alberi secolari o giovani piante di olive?
Il mio oliveto comprende sia alberi secolari, ereditati dai genitori e dai nonni, che piante giovani selezionate in base al terreno e all’olio da produrre.
3)Che varietà di olive produci?
Nel mio oliveto produco le tipiche olive della zona: ogliarole e ravece ma anche la qualità leccino pure se in quantità ristrette.
4)Utilizzi concimi chimici e in quale periodo effettui la concimazione?
La mia azienda non utilizza concimi chimici in quanto fa un’agricoltura integrata, cioè un sistema di coltivazione a basso impatto ambientale che si pone tra l'agricoltura convenzionale e quella biologica, ricorrendo ai mezzi chimici solo quando il rischio corso dalle colture è grave. Certamente, però, il terreno ha bisogno di essere fertilizzato. Per motivi economici, ma soprattutto per rispettare la sostenibilità ambientale, coltiviamo il favino nell’oliveto. Il favino è una leguminosa azoto fissatore che viene interrata in un determinato periodo assicurando una concimazione naturale. Utilizziamo il favino anche per alternare le altre coltivazioni come il grano, ad esempio e i semi di favino che ne derivano vengono utilizzati per piantarli nell’oliveto. Il periodo della concimazione è proprio questo, cioè il mese di marzo come pure dopo la raccolta, ma utilizzando il favino, il momento viene rimandato nel mese di maggio quando questa leguminosa è pronta per essere macinata.
5)Con gli antiparassitari come ti orienti e qual è il parassita che ha creato più problemi al tuo oliveto?
Il parassita che ha causato più danni al mio oliveto è la mosca dell’ulivo (Bactrocera oleae). Per valutare la percentuale di attacco da parte di questo insetto si procede mettendo delle trappole. In genere quando questa percentuale arriva a circa il 10-15 % si procede con antiparassitari purtroppo chimici perché non abbiamo molti metodi naturali a disposizione. In pratica se dopo tre giorni si trovano otto mosche attaccate alle trappole si monitora la situazione per circa otto giorni e se il numero degli insetti attaccati alle trappole dovesse aumentare si procede con il trattamento. In maniera preventiva si potrebbe fare il trattamento con il caolino che è una polvere bianca che rende poco appetibile l’oliva alla mosca però risulta completamente innocua infatti è prevista per l’agricoltura biologica.
6)Che tipo di cassette utilizzi per la raccolta delle olive?
Utilizziamo cassette di plastica forate come recita il disciplinare per la produzione dell’olio extravergine di oliva.
7)Quanto tempo passa dalla raccolta alla spremitura?
Non devono passare più di 24 ore altrimenti si verifica il fenomeno dell’ossidazione che riduce la qualità delle olive.
8)Che tipo di frantoio hai scelto per produrre il tuo olio?
Naturalmente ho scelto un frantoio con spremitura a freddo. Con spremitura a freddo si intende che l'olio viene prodotto attraverso un processo meccanico, a una temperatura inferiore ai 27°C.
Quelli a caldo sono poco utilizzati e destinati a scomparire perché prevedono l'applicazione di punti di calore durante i processi di produzione. La presenza del calore aiuta a migliorare la resa dell'olio ottenuto, che sarà in maggiore quantità ma di qualità leggermente inferiore.
9)Quanto olio produci in media all’anno?
La mia azienda produce circa 15 quintali di olio in media all’anno. La cosa di cui siamo più soddisfatti è che questa media si mantiene costante quindi questo è indice che stiamo operando bene, che le nostre procedure di conduzione dell’uliveto sono vincenti, dalla potatura alla raccolta.
10)La tua azienda si occupa anche dell’imbottigliamento?
No, la mia azienda non si occupa dell’imbottigliamento perché per far questo si presuppone che l’azienda sia dotata di un laboratorio adeguato con cisterne di raccolta e di stoccaggio dell’olio e dei macchinari per l’imbottigliamento e l’etichettatura. Oltre al laboratorio è necessario seguire con un tecnico una pratica di HACCP che assicuri al consumatore finale una qualità e anche un’igiene idonea. Come azienda non abbiamo raggiunto ancora questo obiettivo che però è nei nostri piani futuri.
11)Come olivicoltore che difficoltà hai incontrato?
Come olivicoltore ho incontrato molte difficoltà soprattutto legate al clima che non sempre è clemente con le nostre colture. Inoltre non c’è manodopera perché non abbiamo la possibilità di pagarla in quanto i nostri prodotti sono venduti a basso costo e quindi non riusciamo a garantire un trattamento economico adeguato agli operai.
12)Secondo te c’è nelle nostre zone una vera cultura dell’olio?
Secondo me no, nel senso che ci sono produttori che hanno investito e hanno raggiunto dei buoni risultati ma nella maggior parte delle situazioni questo non si verifica. Nelle nostre zone le aziende sono piccole e a conduzione familiare e non c’è l’intenzione e la mentalità per unirsi in consorzio e lavorare insieme.
13)Sappiamo che hai iniziato, forse per prima in questa zona, la coltivazione dello zafferano. Perché questa scelta?
In quanto agricoltore e soprattutto in quanto agricoltore giovane e donna, non mi ascoltava nessuno. Ho voluto quindi cercare una coltura che parlasse per me e ricevere attenzione. Per assurdo è così e forse ci sto riuscendo. L’olio lo producono in tanti in queste zone e io non avevo il passo più lungo di loro. Con la produzione dello zafferano sono riuscita ad attirare attenzione perch lo faccio solo io nella zona. E’ stato molto faticoso reperire informazioni e capire se potevo portare a Castel Baronia il bulbo dello zafferano. Ho dovuto studiare il clima, il tipo di terreno, l’esposizione solare, ecc. La coltivazione dello zafferano è un processo delicato: la messa a dimora dei bulbi, l’estirpazione manuale delle erbacce, la raccolta nelle ore più fredde e umide del mattino per cogliere il fiore ancora chiuso, asciugatura dello stesso dalla rugiada, separazione degli stimmi dai petali rigorosamente a mano, successiva essiccazione artigianale fino ad ottenerne un prodotto perfetto e rispettoso dei parametri delle certificazioni.
14)Come donna hai avuto difficoltà a realizzarti nel settore agricolo? Sicuramente ho avuto molte difficoltà ad affermarmi in quanto ho dovuto sempre dare ascolto ai miei genitori e a mio marito molto più esperti di me nei settori agricoli tradizionali. Con la coltivazione dello zafferano ho potuto affermarmi e soprattutto imporre il mio pensiero, le mie idee e il frutto dei miei studi.
15)Che cosa ti proponi per il futuro?
Per il futuro mi propongo di garantire ai miei figli una attività ben avviata e forse sono sulla buona strada. La cosa a cui tengo molto è proporre delle iniziative a livello locale perché viviamo in paesi agricoli dove però non si fa agricoltura in modo professionale. Oggi gli agricoltori non sono liberi. Un esempio di vincolo è il dover utilizzare per forza semi ibridi per cui siamo costretti a ricomprarli perché non possiamo produrli noi e necessitano successivamente di utilizzo di concime chimico e di prodotti fitosanitari. I semi naturali sono difficili da trovare, sono molto più resistenti ma producono meno. Un altro vincolo è quello che ci impone la Comunità Europea bloccando la coltivazione di tutti i terreni a disposizione di un’azienda. Cioè alcuni terreni sono ”vincolati”, non possono essere seminati. Abbiamo chiesto alla Comunità Europea di sbloccare i terreni vincolati. Questo potrebbe garantire una maggiore produttività.